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L'abitare dopo la famiglia tradizionale

Le case che abbiamo costruito presupponevano famiglie che oggi non esistono più. Cosa fare adesso.
26 aprile 2026 di

L'abitare dopo la famiglia tradizionale

A man cooking pasta alone at a kitchen island in the evening, two empty place settings nearby — a non-traditional household made visible without sentimentality

C'è una statistica che cambia tutto, se la si prende sul serio.

In Italia, secondo gli ultimi dati ISTAT, la famiglia nucleare con figli — coppia coniugata con almeno un figlio convivente — rappresenta meno di un terzo dei nuclei. Le persone che vivono sole sono diventate il primo gruppo per numerosità, oltre il 33% dei nuclei. Le coppie senza figli, le famiglie monogenitoriali, le famiglie ricomposte, le convivenze tra adulti non parenti, gli anziani che vivono soli dopo la vedovanza — tutte queste configurazioni messe insieme fanno la maggioranza assoluta del paese.

Eppure, quando si guarda al patrimonio edilizio italiano e ai progetti di nuova costruzione, lo standard implicito resta uno: la casa per la famiglia coniugale con figli.

Tre camere. Cucina abitabile. Salotto. Bagno (forse due). Cantina. Posto auto. Pensata per quattro persone, occupata mediamente da una o due. Pagata in mutuo da una o due. Riscaldata, pulita, mantenuta da una o due.

Questo disallineamento — tra come sono fatte le case e come sono fatti i nuclei — è uno dei problemi strutturali più grossi del nostro abitare. E quasi nessuno ne parla in modo esplicito.

La famiglia che non c'è più

Voglio essere chiaro: non sto facendo un commento sociologico sul "declino della famiglia". Non mi interessa quel dibattito. Mi interessa una constatazione neutra: le persone, oggi, vivono in nuclei diversi rispetto a 50 anni fa. Le ragioni sono molte e complesse: maggiore aspettativa di vita, separazioni e divorzi, ritardo dell'età del matrimonio, scelte individuali, mobilità professionale, denatalità.

Il punto non è giudicare se questa evoluzione sia buona o cattiva. Il punto è che è reale, e che la nostra offerta abitativa non l'ha seguita.

Chi sono, oggi, le persone che cercano casa

Provo a fare un elenco non esaustivo dei profili che oggi cercano casa in Italia, e che sono male serviti dal modello standard:

1. La trentenne single con un buon lavoro stabile. Vive da sola da anni. Ha un reddito medio-buono. Non è interessata a una coppia, almeno per ora. Le viene offerto: un monolocale in periferia (isolante), un appartamento condiviso pensato per studenti (non adatto), una casa di 110 mq pensata per una famiglia (sproporzionata e impagabile).

2. L'uomo separato cinquantenne. Vive con i figli a settimane alterne. Ha bisogno di una casa che funzioni sia con loro che senza. Non ha tempo (né voglia) di gestire una casa intera. Cerca leggerezza, ma anche dignità. Le opzioni sul mercato sono povere.

3. La vedova settantenne. Vive in un appartamento di 130 mq dove ha cresciuto tre figli. I figli sono altrove. Le scale le pesano. La manutenzione la opprime. La solitudine pure. Non vuole andare in casa di riposo. Non c'è quasi niente nel mezzo.

4. La coppia senza figli, quarantenne. Reddito doppio, vita attiva, viaggia per lavoro. Le serve una casa flessibile, in cui poter vivere bene quando ci sono e poter "spegnere" quando non ci sono. Non esiste un modello commerciale per questo profilo.

5. La giovane famiglia ricomposta. Una mamma con due bambini, un papà con uno. Hanno vite logistiche complicatissime. Hanno bisogno di una casa elastica, e di una rete sociale circostante. Il mercato non li aiuta.

6. Il neo-laureato che si trasferisce per il primo lavoro. 26 anni, reddito modesto, durata del contratto incerta. Non vuole comprare. Non vuole l'appartamento condiviso da studenti. Vuole una soluzione adulta ma flessibile. Quasi non esiste.

7. La coppia anziana ancora autonoma. Settant'anni. Si bastano l'un l'altra ma sentono l'isolamento. Vorrebbero vivere in un posto con altre persone della loro generazione, senza assistenza medica obbligatoria, dove poter ancora vivere "tra adulti".

Questi sette profili — e ce ne sono molti altri — sommati rappresentano una larga maggioranza della domanda abitativa italiana. Eppure, l'offerta è progettata pensando ad altri.

Il vero numero da guardare

Ci sono due numeri che vanno tenuti accanto:

  • Composizione media dei nuclei familiari italiani: 2,2 persone (Istat).
  • Dimensione media degli alloggi italiani: 117 mq (Istat).

Significa che, in media, ogni persona italiana vive in 53 mq. Una cifra altissima rispetto alla media europea — più che in Germania, in Francia, in Spagna. Eppure non si traduce in qualità della vita, perché la geometria è sbagliata: tanti metri quadri concentrati in poche case grandi, e poche persone (spesso una sola) in ognuna.

Avere 53 mq ciascuno, vivendo da soli, può essere un lusso. Più spesso, è un peso. Una persona sola in 53 mq paga, riscalda, pulisce, ammortizza qualcosa che è progettato per quattro. Il risultato è che il "tanto spazio" diventa, paradossalmente, un fattore di stress economico ed emotivo.

Cosa servirebbe

Servirebbe accettare l'idea che, accanto al modello "casa per famiglia tradizionale", debbano esistere altri modelli abitativi che riflettano i nuclei reali. Non al posto, ma accanto.

Tre direzioni possibili:

Direzione 1 — Case più piccole ma con servizi inclusi. Unità di 30-50 mq pensate per una o due persone, integrate in edifici dove esistono spazi e servizi comuni (cucina condivisa, sala studio, lavanderia, palestra, sala medica). Non studentati: edifici per adulti. Modulari, scalabili, dignitosi. È il CoLiving.

Direzione 2 — Senior living non assistenziale. Per gli anziani autonomi che non vogliono casa di riposo: edifici progettati per la mobilità e per la socialità della terza età, con servizi modulari (pulizia, fisioterapia, accompagnamento) attivabili al bisogno, e una community manager. È il Senior Living evoluto, modello sviluppato anche dal nostro progetto Golden Living.

Direzione 3 — Edifici intergenerazionali. Spazi misti dove giovani lavoratori, famiglie piccole e anziani convivono in un edificio progettato per supportare le interazioni. Lo studente che fa la spesa per la signora del piano di sopra. La signora del piano di sopra che bada per qualche ora al bambino del piano di sotto. Non è utopia: è un modello già funzionante nei Paesi del Nord, e in alcuni progetti pilota italiani.

Tutte e tre queste direzioni richiedono una cosa che oggi è scarsa: pensare l'abitare come servizio, non solo come bene.

Pensare la casa come servizio

Ecco una distinzione che può sembrare pedante ma cambia tutto.

La casa-bene è un oggetto immobiliare che si compra o si affitta. Le sue caratteristiche sono fisse: tot stanze, tot mq, tot bagni. Una volta acquistata, non si modifica facilmente.

La casa-servizio è un'esperienza abitativa che si fruisce. Le sue caratteristiche sono modulari: posso accedere a più o meno servizi nel tempo, posso cambiare il mio mix di privato e comune, posso entrare e uscire con flessibilità.

Per quasi tutti i profili che ho elencato sopra, la casa-servizio è più adatta della casa-bene. Eppure, in Italia, abbiamo costruito un mercato e una cultura quasi esclusivamente intorno alla casa-bene.

Top-down view of a personal workspace: a closed laptop, a leather notebook with a pencil, a half-full espresso cup, a pomegranate — the everyday tools of an entrepreneur

Cosa significa, concretamente

Significa che dovremmo:

  • progettare nuovi edifici (e ripensare quelli esistenti) in modo che possano funzionare come servizi modulari;
  • aggiornare le norme urbanistiche per permettere modelli misti, oggi spesso difficili da regolarizzare;
  • creare strumenti finanziari (anche cooperativi, anche pubblici) che sostengano questi modelli, oggi sotto-finanziati rispetto al tradizionale "compro casa";
  • formare un settore di operatori professionali capaci di gestire la casa-servizio, esattamente come si è formato un settore alberghiero negli anni '60-'70.

È un lavoro grande. Ma è anche, in fondo, una semplice presa d'atto: le case di domani non possono essere quelle di ieri, perché le persone di domani non sono più quelle di ieri.

Una conclusione gentile

Non è una critica al modello familiare tradizionale. Chi vuole vivere in una famiglia coniugale con figli in una casa di tre camere, va benissimo. Le opzioni per quel profilo esistono già, in abbondanza.

È un invito a costruire, accanto a quel modello, le opzioni che oggi mancano per tutti gli altri. Persone vere, con vite vere, che oggi spendono troppo, vivono male, o si rassegnano a soluzioni che non le rappresentano.

Non meritano case progettate per una vita che non hanno. Meritano case progettate per la vita che vivono.


Alex Morelli costruisce CoLiving in Italia. Scrive su www.morel.li.

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Perché ho scelto questa città — e perché la sua stagionalità, in controintuitivo, è un vantaggio.