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Dare una casa al mondo

La frase che, quando l'ho detta la prima volta ad alta voce, ho capito che sarebbe stata il mio lavoro per i prossimi vent'anni.
26 avril 2026 par

Dare una casa al mondo

An open hand-bound notebook on a warm wooden desk, ten lines of pencil writing across a cream page, a single small lamp lit beside — the discipline of writing the founder sentence down

C'è una frase che mi è uscita una sera, quasi per caso, parlando con un amico che mi chiedeva — per l'ennesima volta — perché lavoro su queste cose.

"Sto provando a dare una casa al mondo."

Mi ero quasi vergognato di averla detta. Suonava troppo grande. Troppo retorica. Troppo pretenziosa per uno che, alla fine, gestisce qualche edificio a Rimini e prova a costruire un'associazione nazionale.

Ma poi, riflettendoci nei giorni successivi, ho capito che non era retorica. Era esattamente quello che sto facendo, e quello che vorrei continuare a fare per i prossimi vent'anni.

Vorrei spiegare cosa intendo. Non per giustificarmi. Per essere chiaro — anche con me stesso.

La parola "mondo" presa sul serio

Quando dico "mondo", non intendo l'umanità intera. Sarebbe assurdo, e nemmeno desiderabile. Lavoro in Italia. Probabilmente farò sempre solo questo, qui.

Intendo qualcosa di diverso. Intendo le persone che, oggi, in questo paese, non hanno una casa nel senso pieno della parola. Non solo nel senso di non avere un tetto — anche se di queste persone ce ne sono, e sono troppe. Ma nel senso più ampio: persone che hanno un alloggio ma non hanno casa. Persone che dormono in un posto ma non si sentono di nessun posto. Persone che hanno indirizzo ma non hanno appartenenza.

Queste persone non sono sotto i ponti. Sono nelle nostre città, nei nostri palazzi, accanto a noi. Sono milioni. E quasi nessuno costruisce per loro.

Quando dico "dare una casa al mondo", penso a loro. A quel pezzo di mondo italiano che oggi vive in case che non sono case.

Le persone vere dietro le idee

Negli anni ho conosciuto persone che, nei colloqui per entrare nei nostri progetti, mi hanno detto cose che mi hanno fatto capire perché vale la pena fare questo lavoro.

Una donna di 64 anni: "Mio marito è morto due anni fa. La casa è troppo grande. Non sono pronta per la casa di riposo. Non c'è niente nel mezzo."

Un ragazzo di 32 anni: "Mi sono trasferito qui per lavoro. Non conosco nessuno. La sera torno e parlo con mia madre al telefono perché non ho altro. Non è normale."

Una donna di 41 anni separata: "Vorrei vivere in un posto in cui la sera ci sia gente. Non amici. Solo gente. Qualcuno che dica buonasera."

Un imprenditore di 55 anni in transizione: "La mia società va male. Non posso più permettermi la casa che ho. Cercavo qualcosa di dignitoso, non mi accontento di un sottoscala. Ma non c'è quasi niente."

Una pensionata di 72 anni: "Sono autonoma. Non voglio essere assistita. Voglio vivere accanto ad altre persone della mia età ma senza l'idea che siamo tutti malati."

Un giovane di 27 anni che lavora da remoto: "Ho vissuto in cinque città in tre anni. Non ho casa da nessuna parte. Cerco un posto in cui mettere radici per uno o due anni, non un albergo, non uno studentato."

Sono persone vere. Hanno nomi, storie, motivi diversi. Hanno una cosa in comune: non vengono servite bene dal mercato abitativo italiano com'è oggi.

E quando sento queste storie — e ne sento tante — non riesco a pensare ad altro che a costruire qualcosa per loro. Non per "il mercato", non per "il target", non per "la community" in senso astratto. Per loro.

Perché ho cominciato

Sono partito da Rimini, dopo anni passati a fare altre cose, perché a un certo punto mi sono reso conto di una cosa semplice: non potevo più aspettare che fossero altri a costruire ciò che mancava.

Per anni avevo letto e parlato della crisi abitativa italiana. Avevo riconosciuto il problema. Avevo aspettato — come quasi tutti aspettiamo — che venissero risolti dalle istituzioni, dagli operatori storici, dal mercato. Non sono stati risolti. Anzi, sono peggiorati.

Allora ho capito che, se volevo che qualcuno lo facesse, dovevo cominciare io. Non per protagonismo. Per realismo: nessun altro stava per farlo, almeno non nei tempi e nei modi che servivano.

E ho cominciato. Ho preso un edificio, l'ho ripensato, l'ho ristrutturato, l'ho aperto. Le prime persone sono arrivate. Hanno vissuto. Alcune sono rimaste, altre sono andate avanti. Hanno raccontato il progetto ad altre persone. Sono arrivate altre persone. Si è formata una community. Sono arrivati altri operatori che mi hanno chiesto come si fa. È nata l'idea di un'associazione nazionale (CoLivIt). È nata l'idea di un braccio cooperativo (COOliving) per le fasce più fragili. È nato questo blog (MLI), per dare un volto e una voce al lavoro più grande.

Tutto questo, partito da una decisione semplice: smettere di aspettare.

Tre progetti diversi, una cosa sola

CoLivingOne, COOliving, CoLivIt, MLI. Quattro nomi. Sembrano cose distinte. In realtà sono lo stesso progetto raccontato da angoli diversi.

CoLivingOne è il braccio operativo a Rimini. Costruisce edifici, gestisce community, prova modelli. È il laboratorio.

COOliving è il braccio cooperativo. Si occupa di portare il modello CoLiving alle fasce di reddito più basse, attraverso strutture cooperative e mutualistiche. È la versione accessibile del laboratorio.

CoLivIt è la rete nazionale. Aggrega operatori italiani, costruisce standard, alfabetizza il settore, dialoga con istituzioni. È il piano collettivo del laboratorio.

MLI (questo) è il livello personale. Riflessioni, visione, racconto del perché tutto questo viene fatto. È il "perché" del laboratorio, scritto in prima persona.

I quattro insieme servono a fare una cosa sola: provare a riportare la casa, in Italia, a essere quello che dovrebbe essere. Non solo immobili. Non solo investimenti. Non solo emergenza pubblica. Casa nel senso pieno della parola: un posto in cui le persone vivono, si riconoscono, si sentono viste, si appartengono.

La frase è grande, e va bene così

Torno alla frase di apertura. "Dare una casa al mondo."

Suona grande. Lo è. Ma le frasi che ci diciamo per orientarci nella vita devono essere abbastanza grandi da reggerla, una vita. Le frasi piccole — "fare un buon lavoro", "guadagnare bene", "fare carriera" — non bastano, dopo un po'. Le frasi grandi sì.

E questa, per me, è la frase grande che ho.

Non sono ingenuo: so che non risolverò la crisi abitativa italiana da solo. So che il mio lavoro è una piccola parte di un lavoro molto più grande, fatto da molte persone, in molte città, in molti modi. So che fare un edificio ben fatto non cambia il paese.

Ma so anche che ogni edificio ben fatto è un edificio in più che funziona. Che ogni community curata è una community curata in più. Che ogni persona che si sente vista è una persona che, in quel momento, non si sente sola. Sono unità piccole ma reali. Si sommano.

E sommarle, per i prossimi vent'anni, è un lavoro che vale la pena.

An entrepreneur in a dark-linen shirt at the threshold of a warm interior courtyard, leather notebook in hand, looking inward — vision and execution at the same door

A chi sto parlando

Se hai letto fino qui — grazie. Vuol dire che ti interessa qualcosa che mi interessa.

Se sei uno che sta cercando casa, e ti senti dei profili che ho descritto, sappi che esistiamo. Non solo CoLivingOne, ma una rete che sta crescendo. Cercaci.

Se sei un operatore del settore — albergatore in transizione, immobiliarista che cerca direzioni nuove, professionista che vuole capire — sappi che CoLivIt esiste apposta per te. Iscriviti, dialoga, partecipa.

Se sei un amministratore pubblico, un giornalista, un ricercatore, sappi che cerchiamo dialogo, dati, regole nuove. La casa è infrastruttura. Aiutaci a farla riconoscere come tale.

Se sei semplicemente una persona che pensa al senso della propria casa — al senso del proprio abitare — allora questo blog è anche per te. Continua a leggere. Scrivimi. Dimmi cosa pensi.

Una nota finale

Questa non è la fine di niente. È, anzi, l'inizio.

Per i prossimi mesi, su www.morel.li, continuerò a scrivere. Ogni settimana un articolo. Sulle case. Sulla solitudine. Sulla dignità. Sulle relazioni. Sul futuro dell'abitare in Italia. Sui dubbi, sui dolori, sulle scoperte.

Non ho la pretesa di avere ragione su tutto. Ho la pretesa di pensarci sul serio, e di scriverne con onestà.

Se questo lavoro ha senso, lo capirete leggendo. Se non lo ha, andrete altrove. In ogni caso, grazie per l'attenzione che hai dedicato a queste righe.

Ci si vede sui prossimi articoli.

A presto.

— Alex


Alex Morelli costruisce CoLiving in Italia. Scrive su www.morel.li.

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