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Perché il CoLiving può diventare la terza forma dell'abitare

26 aprile 2026 di

Quando provo a spiegare cosa stiamo costruendo, capita spesso che la persona davanti a me cerchi di tradurlo in qualcosa che già conosce.

«Ah, è un residence.»

«Ah, è una specie di studentato.»

«Ah, è una casa famiglia.»

«Ah, è un bed and breakfast di lungo periodo.»

«Ah, è una comune.»

Nessuna di queste traduzioni è giusta. E non è una sottigliezza: è il segnale che ci manca una parola, che ci manca una categoria mentale, e che senza categoria mentale è difficile far crescere un settore.

Voglio provare a darvi la categoria.

Due modelli, e nient'altro

Negli ultimi cento anni, in Occidente, abbiamo coltivato due modelli abitativi dominanti.

Modello 1 — La casa indipendente. Unità abitativa singola, accesso autonomo, spazi tutti privati, manutenzione e gestione individuale. Massima privacy. Massimo carico. Massima auto-organizzazione richiesta. Il modello del «padrone di casa».

Modello 2 — L'appartamento in condominio. Un'unità privata dentro un edificio collettivo, scale e ascensore in comune, regolamento condominiale, un amministratore. Privacy alta, gestione condivisa solo per ciò che è strettamente strutturale (tetto, facciata, ingresso). Vita sociale: facoltativa, di solito assente.

Questi due modelli, da soli, hanno coperto piuttosto bene una vita umana standard del Novecento: si nasce in famiglia, si studia, si lavora, ci si sposa, si fanno figli, si invecchia. La casa accompagna queste fasi.

Il problema è che la vita umana, oggi, non somiglia più molto a questa traiettoria. E i due modelli, da soli, non bastano più.

Chi resta tra i due

Provate a fare l'elenco delle persone che, oggi, NON sono ben servite da nessuno dei due modelli classici:

  • chi è single per scelta o per circostanza, e non vuole né la responsabilità di una casa intera né l'isolamento di un mini-monolocale;
  • chi ha un lavoro flessibile e ha bisogno di spazi pensati anche per la giornata, non solo per la notte;
  • chi si è separato da poco e non vuole tornare a vivere come a vent'anni;
  • chi è arrivato da poco in una città e ha bisogno di tempo per orientarsi prima di firmare contratti pluriennali;
  • chi è vedovo o vedova, con quindici anni di vita davanti, in una casa pensata per quattro persone che non ci sono più;
  • chi non ha una rete familiare nella città in cui vive.

Questa è una fetta enorme della popolazione adulta. Non parliamo di un caso eccezionale. Parliamo di milioni di persone.

I due modelli classici, davanti a queste situazioni, offrono soluzioni mediocri. La casa indipendente è troppo grande, troppo cara, troppo solitaria. Il condominio è anonimo: non offre relazioni, non offre servizi, non offre flessibilità.

C'è uno spazio enorme tra i due.

Quello spazio si chiama CoLiving.

Il CoLiving come terzo modello

Provo a definirlo in modo netto.

Il CoLiving non è: un appartamento condiviso più carino; uno studentato per adulti; un residence con community manager; una casa famiglia; un B&B di lunga durata.

Il CoLiving è un modello abitativo proprio, con caratteristiche specifiche:

1. L'unità in vendita non è l'appartamento, è la stanza con i servizi annessi. Quando uno entra, sceglie la sua stanza (o un piccolo appartamento privato), e con essa accede a una serie di spazi e servizi comuni che fanno parte integrante dell'esperienza, non sono accessori.

2. Gli spazi comuni sono progettati per l'uso, non per la rappresentanza. Non sono «la sala condominiale» usata due volte all'anno. Sono cucine vere, salotti vissuti, sale studio, lavanderie, terrazzi. Sono il cuore del progetto, non l'orpello.

3. Esistono servizi inclusi. Pulizia, manutenzione, utenze, internet, accoglienza, manutenzione ordinaria. L'inquilino non amministra: vive.

4. Esiste una gestione viva. Una persona o un team che cura la community, organizza i ritmi, risolve i problemi, accoglie i nuovi, saluta chi parte. Non un amministratore di condominio: un community manager.

5. La permanenza è flessibile ma vera. Non è un albergo (notti). Non è un contratto 4+4 (anni). È un orizzonte da settimane a mesi a anni, scelto dalla persona. La flessibilità è progettata, non subìta.

6. La community è un design, non un caso. Si entra sapendo che si vivrà accanto ad altre persone, non come effetto collaterale ma come scelta. Le regole della convivenza sono chiare prima dell'ingresso, non dopo.

Tutte queste cose insieme — non una alla volta — sono ciò che distingue il CoLiving dai modelli precedenti. Manca anche solo uno di questi elementi e si scivola in un'altra categoria (ostello, residence, condominio, casa famiglia).

Perché «terzo modello» e non «modello alternativo»

Una piccola disputa terminologica conta.

Il CoLiving viene spesso presentato come alternativa alla casa o all'appartamento — come se fosse un'opzione di nicchia, una variante esotica. Non lo è. È un modello che risponde a bisogni che gli altri due non coprono. Non sostituisce gli altri due: si affianca.

Esattamente come, all'inizio del Novecento, l'appartamento in condominio non sostituì la casa indipendente. Rese possibili modi di vivere che la casa indipendente da sola non permetteva.

Se oggi tutti vivessimo in case indipendenti, le città sarebbero diverse, le campagne sarebbero diverse, l'economia sarebbe diversa, la mobilità sarebbe diversa. Lo stesso vale per il CoLiving. Se diventasse un modello diffuso — non maggioritario, ma diffuso — alcune cose cambierebbero parecchio.

Cosa cambierebbe

Immaginate un'Italia in cui il CoLiving rappresenti anche solo una percentuale a una cifra del mercato abitativo nelle città medio-grandi. Non il modello dominante. Solo una fetta significativa. Cosa cambierebbe?

Una persona che si trasferisce per lavoro non avrebbe più bisogno di tre mesi per trovare casa. Avrebbe un'opzione decente disponibile in due settimane.

Una persona separata non sarebbe costretta a tornare in un appartamento da single in periferia. Avrebbe un'opzione che la rimette in contatto con altri adulti.

Un anziano vedovo non sarebbe costretto a scegliere tra la casa di riposo e la solitudine totale. Avrebbe un'opzione intermedia, dignitosa, viva.

Le città vivrebbero più la sera, perché ci sarebbero spazi semi-collettivi vivi anche quando non ci sono famiglie.

Si riempirebbero edifici oggi sotto-utilizzati: hotel obsoleti, residence inadeguati, palazzi storici che non riescono più a essere uffici.

L'imprenditoria nel settore avrebbe modelli scalabili, replicabili, finanziabili — e quindi crescerebbe.

Niente di tutto questo è utopia. In diversi mercati occidentali — in particolare nel Regno Unito, nei Paesi Bassi e in alcune zone degli Stati Uniti — il settore ha già superato la sua fase iniziale di definizione, con operatori consolidati, veicoli di investimento dedicati e dati di mercato tracciati. In Italia siamo indietro, ma non per ragioni culturali profonde: per ragioni di vocabolario, di norma, di abitudine.

Il vocabolario è la prima infrastruttura

Per costruire un mercato, serve prima costruire le parole.

Finché continuiamo a chiamare il CoLiving «una specie di studentato» o «una specie di residence», continueremo a confonderlo con altre cose, a regolarlo come altre cose, a venderlo come altre cose.

Per questo dico: il CoLiving non è un compromesso tra la casa indipendente e l'appartamento. È una terza cosa, con dignità propria, con regole proprie, con utenza propria.

Quando lo chiameremo per nome, costruirlo diventerà più facile.

E vivere in Italia, per molte persone, diventerà un po' meno duro.

Chiusura

Dirigo CoLivingOne a Rimini come laboratorio operativo di questa idea — un edificio vero con residenti veri, dove testiamo cosa funziona e cosa no.

Scrivo qui una volta a settimana. Alcune settimane penso ad alta voce. Altre settimane condivido cosa stiamo imparando. Tutte le settimane provo a costruire prima il vocabolario, perché il vocabolario è l'infrastruttura che permette a tutto il resto di esistere.

Se stai costruendo, gestendo, o anche solo pensando al CoLiving in Italia — o ovunque questa terza forma dell'abitare abbia bisogno di un nome — mi farebbe piacere sentirti.

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