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La solitudine è anche un problema di design

Non è solo una fragilità individuale. È costruita nei muri, negli orari, nelle scale, nelle leggi.
26 April 2026 by

La solitudine è anche un problema di design

A single person at a softly lit kitchen island in the evening, a bowl of pasta and a phone face-down beside it — daily loneliness in a well-built apartment

C'è un'abitudine, parlando di solitudine, che ci impedisce di fare progressi: trattarla come una questione interiore.

"Mi sento solo." → "Devo lavorare su me stesso." "Si sente sola." → "Dovrebbe uscire di più." "Sono soli." → "È una generazione fragile."

In questo modo la solitudine diventa una colpa privata, un difetto di carattere, un fallimento di volontà. E come ogni cosa che trattiamo come fallimento individuale, smettiamo di vederla per quello che è anche: un risultato di scelte collettive che abbiamo fatto e che possiamo cambiare.

La solitudine ha una mappa

Ci sono studi — britannici, olandesi, giapponesi, italiani — che mostrano come la solitudine non sia distribuita a caso. Cresce in posti precisi e cala in posti precisi.

Cresce dove:

  • gli ascensori arrivano direttamente al pianerottolo del singolo appartamento, evitando ogni incontro casuale;
  • le scale sono buie, ripide, scomode, scoraggianti;
  • non esistono spazi comuni — solo spazi privati e spazi di passaggio;
  • il piano terra è dedicato ai garage, non alla vita;
  • le strade non hanno panchine;
  • i servizi (medico, posta, mercato) sono lontani e raggiungibili solo in auto;
  • il quartiere si svuota nelle ore di lavoro perché tutti pendolano altrove.

Cala dove:

  • ci sono cortili con sedie, fontane, alberi e bambini che giocano;
  • i palazzi hanno androni vivibili, non solo cassette delle lettere;
  • esistono spazi semi-pubblici (lavanderie comuni, sale studio, cucine condivise);
  • la quotidianità impone, in modo morbido, di vedere le stesse facce più volte alla settimana;
  • ci sono attività che funzionano da pretesto per parlare (dog park, orto urbano, biblioteca di quartiere).

Questa mappa esiste. Cambia città per città. Cambia condominio per condominio. La solitudine non è solo dentro le persone. È anche nelle planimetrie.

Quattro decisioni di design che fabbricano solitudine

Voglio essere concreto. Faccio quattro esempi di scelte progettuali che, sommate, producono solitudine — anche quando ognuna sembra ragionevole presa da sola.

1. Il corridoio centrale, con le porte tutte chiuse. È il modello più diffuso del condominio italiano. Funziona se sei un viaggiatore in albergo. Non funziona se ci vivi. Riduce gli incontri a zero. Non c'è motivo di salutarsi se ci si incrocia solo entrando o uscendo. Dopo qualche mese, salutarsi diventa imbarazzante perché non lo si è mai fatto. Dopo un anno, anche dirsi "buongiorno" suona invadente.

2. La cucina come gesto privato. Negli ultimi 50 anni la cucina si è chiusa, si è ridotta, si è separata dal resto della casa. È diventata uno spazio funzionale, non relazionale. La cena come evento sociale è stata sostituita dalla cena come pratica solitaria. Quando la cucina sparisce come luogo di ritrovo, sparisce anche il rituale principale che le case condivise hanno usato per millenni per tenere insieme le persone.

3. L'auto come membrana. Quando il primo gesto della giornata è entrare in un'auto e l'ultimo è uscirne, l'incontro casuale non avviene mai. Non si vede il vicino al bar, perché si è già in tangenziale. Non si saluta la signora del piano di sopra, perché si è in coda al parcheggio sotterraneo. La macchina, comodissima, ha sostituito ore di micro-relazioni con ore di micro-frustrazioni.

4. La separazione tra dove si lavora e dove si vive. Le città occidentali hanno separato funzioni: si lavora in centro, si dorme in periferia, si compra altrove. Risultato: il quartiere dove si vive è vuoto dalle 9 alle 18. Le persone che ci abitano non si conoscono perché non si vedono mai durante il giorno. La sera tornano stanche e chiudono la porta.

Ognuna di queste scelte ha avuto motivi razionali nel suo momento storico. Tutte insieme, oggi, fabbricano solitudine come un sottoprodotto industriale.

Anche gli orari sono design

Si tende a pensare al design come a qualcosa di visivo — pareti, materiali, luci. Ma il design include anche il tempo. Gli orari di un quartiere, di un condominio, di un ufficio sono progettazione, anche se non li chiamiamo così.

Un quartiere in cui:

  • i negozi chiudono alle 19,
  • la pizzeria apre solo a cena,
  • la biblioteca chiude alle 18,
  • il bar fa solo colazioni,

è un quartiere progettato per chi torna a casa, mangia e si addormenta. Non è progettato per chi vuole stare in compagnia.

Cambiare gli orari, anche solo di alcuni servizi, può cambiare radicalmente quanto un luogo produce o riduce solitudine. È un intervento più economico di qualsiasi ristrutturazione.

Anche le leggi sono design

Le regole condominiali, le norme urbanistiche, gli incentivi fiscali fanno parte del design dell'abitare.

Quando il regolamento condominiale vieta i bambini in cortile, sta progettando solitudine. Quando l'incentivo fiscale premia chi installa box auto e non chi crea spazi comuni, sta progettando solitudine. Quando la legge regionale tratta la coabitazione come un'eccezione difficile da regolarizzare, sta progettando solitudine.

Niente di tutto questo è pensato in malafede. Sono norme nate decenni fa, in un mondo demograficamente diverso. Ma continuano a produrre lo stesso effetto.

Il punto di chi costruisce CoLiving

Quando lavoriamo a un progetto CoLiving, non stiamo solo decorando bene un palazzo. Stiamo facendo decisioni di design che riducono o aumentano la solitudine sistemicamente.

Ad esempio:

  • mettere la cucina al centro, non in un angolo nascosto;
  • progettare scale visibili e luminose, non solo l'ascensore;
  • creare punti di sosta lungo i corridoi (una panca, un quadro, una libreria), non solo passaggi;
  • prevedere uno spazio comune dove non serve "fare niente di preciso" per starci — non un'aula riunioni, non un coworking, ma un soggiorno;
  • introdurre rituali leggeri (la colazione del lunedì, il pranzo della domenica, l'aperitivo del venerdì) che funzionano da appigli temporali per chi vuole esserci.

Sono dettagli. Ma è proprio nei dettagli che si decide se un edificio produrrà solitudine o relazione.

A long walnut communal table at evening, six adults mid-meal in candlelight, mismatched ceramics and rustic bread — community by design, not by accident

Una proposta semplice

Se la solitudine è anche un problema di design, allora il design è anche parte della cura.

Non significa che tutti debbano vivere in CoLiving. Significa che, ovunque viviamo, possiamo cominciare a chiederci: questa casa, questo condominio, questo quartiere, questo orario, questa regola — sono progettati per produrre vicinanza o per ridurla?

E se la risposta è "ridurla", forse vale la pena cominciare a cambiarli.

Non è un lavoro che si fa in un giorno. Ma cominciare a vederli, vedere il design dietro la solitudine, è già un primo passo. Smette di essere una colpa privata. Comincia a essere una scelta collettiva su cui si può lavorare.

E lavorarci insieme, alla fine, è già meno solitudine di prima.


Alex Morelli costruisce CoLiving in Italia. Scrive su www.morel.li.

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